Ho cominciato a praticare quando ero ancora uno studente in Conservatorio.
Non a praticare come normalmente facciamo adesso, col tappetino, disciplinati, seguendo una scuola o un insegnante, con libri di foto ed internet e tonnellate di immagini, video e tutorial che ci aiutano ad osservare, a capire e ad imitare.

Al tempo chi studiava uno strumento nei Conservatori non faceva tanto caso alla postura e al respiro, non ci si interrogava più di tanto su cosa succedesse quando prendevi lo strumento in mano.
Non lo si faceva perché gli insegnanti a loro volta non erano stati abituati a farlo.

O ti veniva naturale, istintivo, altrimenti continuavi tutta la vita a suonare nella stessa maniera, cercando empiricamente (e spesso sbagliando) di migliorare quel che avveniva, di progredire nella capacità di esprimere qualcosa attraverso la musica.
In qualsiasi modo.

Andai quasi per caso da un insegnante giapponese in Svizzera, che per primo mi fece rendere conto che mentre suonavo facevo fatica a respirare e tenevo la parte destra del corpo, dalla spalla alla mano, molto più rigida della sinistra
Forse c’entrava qualcosa il fatto che fosse giapponese.
O forse che abitasse in Svizzera, non so.

La prima volta che sentii parlare di Yoga fu da mia madre, che aveva cominciato a fare un corso da qualche parte.
Era un altro tempo per lo Yoga, non andava di moda come ora; non si era ancora trasformato in un brand buono per qualsiasi occasione o necessità, come lo è adesso.

Non credo ci fossero tanti praticanti al tempo, e chi praticava o era un fricchettone o un radical chic.
Mia madre apparteneva alla seconda categoria.

Non sapevo dunque cosa fosse, ma mi incuriosiva.
Mi incuriosiva la frase che avevo sentito a proposito dello Yoga, che suonava all’incirca così:

È uno strumento per guardare dentro di sé

Non potrei giurarci fosse proprio così, ma il senso era quello.

Non capivo dove fosse questo “dentro”, non sapevo come arrivarci: eppure qualcosa cominciava a ronzarmi tra l’orecchio destro e quello sinistro, attraversando orizzontalmente la scatola cranica, facendo ostinatamente avanti e indietro
A volte anche spostandosi in alto e in basso.

Cominciai a pensare che potesse essere un modo per raggiungere il proprio “dentro”.
E “dentro”, in profondità, c’erano le cose che mi interessavano.
Tutte quelle cose che restano sul fondo, che sapevo essere da qualche parte, ma che non riuscivo a pescare e nemmeno a vedere: le conchiglie più belle, i pesci più grossi, la parte più interessante della vita, quelle idee che non volevano salire, ma che io sapevo laggiù in fondo.

Ecco, penso che così dovrebbe essere il nostro approccio allo Yoga: il desiderio del pensiero, del capire, dell’andare là dove non eravamo ancora stati, il “dentro” profondo che si immerge sempre di più, a mano a mano che ne accarezziamo il fondo

Non ha importanza quel che si fa nella vita.
Si può essere musicisti, artisti, contabili o architetti, non fa differenza: il bello dello Yoga è che diventi sempre più te stesso, nelle cose positive e in quelle negative.
Ma se tieni duro, con continuità e perseveranza, riesci a coltivare solo quelle positive e la parte negativa, o quella che dopo un po’ capisci essere negativa per te, rimpicciolisce e diventa meno potente.

Tutto qui, sembra facile a raccontarla ma non è così difficile.